Guardare ai privati

Articolo tratto da un'intervista a Valeria Cantoni a cura di Emanuele Enria

Tipologia: 
Intervista/Reportage
Data pubblicazione: 
Settembre 2009

Il ruolo che oggi si vorrebbe attribuire alla cultura risulta alquanto complesso. In primo luogo, la cultura non può sfuggire alle dinamiche di una società in continuo cambiamento, dove il suo ruolo dovrebbe essere quello di specchio di quel che accade e di contenitore e accumulatore di valori di riferimento sui quali progettare lo sviluppo dei territori. A questi fattori, si aggiunge un'ancora troppo evidente contrapposizione tra cultura e produzione, in cui la prima rappresenta la sfera dei valori da sostenere, la seconda il luogo della creazione di un plusvalore economico al quale attingere per finanziare la cultura stessa. Il settore privato ha manifestato questo "disagio", chiedendo di non essere più coinvolto come semplice sponsor di un evento culturale, bensì come partner di progetto, pertanto soggetto attivo nella progettazione culturale.
La crisi economica attuale e i forti tagli dei fondi pubblici costringono a riflettere sul futuro di questo settore ma, soprattutto, a chiedersi se, come già avviene in paesi come l'Inghilterra o gli Stati Uniti, non debbano essere anche i privati a sostenere e fare cultura. Ma in che modo? E' quello che abbiamo cercato di approfondire con Valeria Cantoni che, attraverso la società Trivioquadrivio di Milano e la neo-nata associazione Art for Business, utilizza l'arte come asset di sviluppo per le imprese a partire dalla formazione manageriale. In particolare interessante risulta l'utilizzo dell'arte per proporre ai manager uno sguardo nuovo su territori, luoghi, persone, relazioni. Per questo, l'arte può essere uno strumento utile ai politici come agli operatori culturali, ai manager privati o di un'istituzione pubblica, per incentivare la capacità di intervenire sui processi, migliorando le dinamiche di apprendimento e operatività.
 
Secondo Valeria Cantoni, ci sono molte aziende che oggi investono in arte e cultura ma sono sovente poco consapevoli del valore stesso dell'investimento (se non in termini di comunicazione del brand) sui risultati aziendali interni ed esterni. "In Italia", commenta, "non siamo certo i migliori nel razionalizzare le metodologie di valorizzazione di un investimento culturale, lo lasciamo fare ad altri paesi, agli americani per esempio, e ci accontentiamo della nostra capacità intuitiva, che oggi però non è più sufficiente. Credo che tale atteggiamento derivi anche da una certa pigrizia o dall'abitudine ad avere tante richieste da parte del settore culturale".
 

Intervista completa: